Karlsruhe ricorda all’Europa che gli stati nazionali (r)esistono
“Se sento ancora una volta la parola ‘Karlsruhe’, mi alzo e me ne vado”. E’ quanto avrebbe detto qualche settimana fa il direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, rispondendo all’ennesimo collega che gli ricordava della scadenza di stamattina, quando la Corte federale tedesca di Karlsruhe si pronuncerà sulla legalità costituzionale del nuovo Fondo salva stati europeo (Esm) e del Fiscal compact. Ieri i giudici hanno chiarito che un ennesimo ricorso in extremis, depositato da un deputato conservatore che chiedeva di valutare anche le nuove decisioni della Bce di Mario Draghi, non prolungherà ancora l’attesa. Guarda la diretta da Karlsruhe
20 AGO 20

Roma. “Se sento ancora una volta la parola ‘Karlsruhe’, mi alzo e me ne vado”. E’ quanto avrebbe detto qualche settimana fa il direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, rispondendo all’ennesimo collega che gli ricordava della scadenza di stamattina, quando la Corte federale tedesca di Karlsruhe si pronuncerà sulla legalità costituzionale del nuovo Fondo salva stati europeo (Esm) e del Fiscal compact. Ieri i giudici hanno chiarito che un ennesimo ricorso in extremis, depositato da un deputato conservatore che chiedeva di valutare anche le nuove decisioni della Bce di Mario Draghi, non prolungherà ancora l’attesa. E così da domani, probabilmente, di Karlsruhe non si sentirà più parlare per un pezzo, ma fino a oggi è effettivamente nelle mani dei giudici teutonici che è rimasta buona parte delle sorti del processo di integrazione europea.
Se salta l’adesione della prima economia dell’Eurozona al nuovo meccanismo salva stati, allora addio Fondo Esm. E se salta il Fondo Esm – sostengono i più pessimisti – addio anche scudo anti spread messo in campo dalla Banca centrale europea, considerato che Mario Draghi ha subordinato un suo intervento per calmierare gli spread a un intervento dello stesso Esm. Cosa succederà dopo, sempre nel caso di un “no” dei giudici tedeschi? Gli investitori internazionali entrerebbero in terra (ancora più) incognita. “Ci troveremmo in una situazione di caos notevole”, ha detto Carsten Brzeski, capo economista della Diba Bank del gruppo finanziario olandese Ing. Per l’Italia gli interessi sul debito schizzerebbero all’insù, prosegue il ragionamento dell’analista, e anche per Berlino non andrebbe meglio: “Questo costerebbe alla Germania molto più di quanto non costerebbe un piano per salvare tutto l’euro”. Perfino tra i promotori del ricorso, però, l’ipotesi di un “no” secco non è molto quotata: “La Corte dovrebbe essere molto coraggiosa”, ha detto a Deutsche Welle Christoph Degenhart, costituzionalista e tra i promotori dell’iniziativa che ha raccolto 37 mila firme a sostegno (mai così tante). Al “no”, soprattutto, non crede il governo di Berlino. Sia la cancelliera Angela Merkel che il suo ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble hanno detto di non attendersi sorprese: il Fiscal compact e il Fondo salva stati non privano il Parlamento tedesco delle sue prerogative di decidere sulla politica di bilancio, quindi il problema di costituzionalità non si pone. Sulla stampa internazionale, intanto, c’è chi continua a speculare su un paradosso: la Corte stamattina chiarirà se il Bundestag rischia di essere “scavalcato” dall’Ue, ma intanto il Bundestag ha già approvato a larga maggioranza il nuovo Fondo. Sottostimano però, gli osservatori esterni, che quella di Karlsruhe non è una semplice corte, ma un Verfassungsorgan, un organo costituzionale, per di più quello nel quale l’opinione pubblica tedesca – dicono i sondaggi – nutre più fiducia. “I giudici danno voce a quelle parti di popolazione che non hanno influenza”, ha spiegato ieri al Financial Times Armin von Bogdandy, docente di Diritto pubblico comparato a Heidelberg. Merkel lo sa, e ci va cauta.
Il verdetto più probabile, alla fine, sarà un “sì, ma...”. Lo sostengono per esempio gli analisti di Barclays che, improvvisandosi novelli giuristi, ricordano la frase del presidente della Corte federale, Andreas Vosskuhle, che un anno fa così parlò sui margini di un’ulteriore integrazione europea: “Credo che il margine sia stato ampiamente raggiunto”. I giudici potrebbero dettare alcune condizioni per condire il loro “sì”: sull’esposizione massima delle finanze tedesche rispetto al Fondo, sui meccanismi decisionali all’interno del Fondo, sulla sua possibile licenza bancaria e via dicendo. Ieri intanto le Borse, fiduciose anche loro in una sentenza che non farà deragliare tutto, hanno chiuso in terreno lievemente positivo.
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